Il diavolo al Pontelungo, di Riccardo Bacchelli (1927), Mondadori. 407 pagine, lire 350 (prezzo del 1963).
 
Se mi metto a trasportar brani com’ho fatto col Mulino e con la Passione, è facile che, sol per non sapere cosa levare, posso finire per copiare l’intero libro, dalla prima pagina fino all’ultima. Sarebbe un’impresa encomiabile, e forse anche doverosa perché anche di questo romanzo di Bacchelli non si trova più una copia neanche a cercarla col lanternino. Ma io non sono uno stampatore di professione e l’impresa è troppo al di sopra dalla portata dei miei mezzi, e il diletto che ne trarrei dovrebbe tener conto non solo della fatica fisica, ma anche del prezzo degli inchiostri, molto cresciuto ultimamente. Rimane comunque che il magistero narrativo di Bacchelli continua a scombussolarmi, a mandarmi in sollucchero, a farmi uscire dai gangheri. La sua scrittura è una sorta di “work-ton” che, come nel teatro wagneriano, scaturisce da una sorta di commistione tutta interiore tra l’inclinazione dell’autore pel linguaggio ottocentesco e il suo amore per il parlar del popolo. Questa naturale facilità a far un tutt’uno dell’aulico e dello schietto io la trovo sublime e suggestiva, ma ciò che ancora mi entusiasma sono i ritratti, le figurazioni dei personaggi, giacché Bacchelli li tratteggia strizzando l’occhio alle teorie lombrosiane allora in voga, benemerite teorie che il garantismo di questi tristi tempi ha ingiustamente mandato in soffitta ma alle quali io rimango legato.
E’ pertanto reale il rischio che se mi mettessi a trarre pagine dalle quattrocento del romanzo mi verrebbe fuori un commentone che, come mi capitò con quello che feci quattro anni del Mulino, forse potrebbe, nell’ipotesi migliore, procurarmi l’affezione d’una iperbolica lettrice che dopo averlo letto, mi scrisse, in stile eminentemente bacchelliano, di avere appena finito di leggere la mia recensione al Mulino e di essere rimasta senza fiato, cosa che – così mi assicurava - le capita molto raramente, e che, per le parole, per i ritmi, per la elegante ricercatezza, di me l’aveva punta vaghezza....
ma non so se le cinquanta pagine che allora mi servirono per fare quel fortunato commento ora potrebbero bastarmi.
Per cui stavolta vedrò di fare della trama (che è lunga e molto articolata) e dei ritratti dei personaggi tutta una cosa, cercando di limitare i miei interventi a quell’essenziale che potrà servire per cucire questi a quella.
 
Bacchelli comincia così:
 
Falliti al principio d’estate i moti anarchici di Spagna a San Lucar de Barramonda e a Cordoba, bandito da tutti gli Stati d’Europa, che cominciava ad assestarsi, nemico ormai di quasi tutti i suoi antichi e nuovi compagni, ridotto senza risorse, nell’anno 1873 l’agitatore Michele Bakùnin si trovava rifugiato nella libera Elvezia, a Locarno, alla mercé della grazia di Dio, in cui non credeva”; anziano, ammalato, immiserito, carico di figli e di delusioni sta per rinunciare alla lotta. Alloggiava alla Locanda del Gallo, all’estremo della cittadina. Era una pensione modesta; e da tre mesi non aveva potuto pagarla. E quand’anche si fosse stillato il cervello, denari da pagare il Gallo non avrebbe potuto stillarne.
 
Vivevano a suo carico Antonia e la numerosa figliolanza.
 
- Ho quasi sessant’anni – dirà poco dopo all’amico che verrà a trovarlo – sono cardiaco,  senza il becco d’un quattrino, credito ne ho fino alla fine del mese appena; sono diffamato e abbandonato.
 
L’uomo che facendo una lunga strada era venuto a quella locanda a chieder di lui si chiamava Carlo Cafiero ed era il più fedele tra i suoi discepoli italiani. Era venuto a riattizzarne la passione, a risvegliarne la fede rivoluzionaria. E lo soccorre offrendogli il suo ricco patrimonio.
 
Erano, Bakùnin e Cafiero, due soggetti così diversi che di più non lo si può essere. Prendo ancora da Bacchelli:
 
Una certa familiarità rispettosa e cordiale circondava Bakùnin dovunque fosse. Quando glielo facevano notare, diceva essere merito dei suoi principi d'uguaglianza e fraternità; ma probabilmente si trattava del dono cordiale di una natura allegra e vigorosa, di una nascita libera e di un'educazione signorile e di militare e di viaggiatore. Cafiero, al contrario, era timido e intimidente, di una delicatezza sensitiva che ispirava il timore d'offenderla, come poteva in certi casi dar la tentazione di ferirla. A lui era rimasto qualcosa della prima educazione in seminario a Barletta, dov'era nato, di buona famiglia facoltosa. Sulle fronti dei due uomini, larga e piatta quella del russo, e piuttosto appuntita e tonda quella dell'italiano, si poteva leggere una tal quale cocciutaggine di Cafiero e una certa svaporatezza fantastica di Bakùnin.
Michele Alessandrovic Bakùnin sfiorava due metri di statura, e la sagoma dell'uomo era ampia e possente in pari proporzione. La barba gli scorreva sul petto larga e appuntita, morbida, ondulata e brizzolata come i capelli, che gli facevano una raggiera folta dietro la nuca. La fronte era larga e un po' sfuggente, fronte di fantastico e di sensuale; il naso era vivo e la bocca carnale. Lo sguardo era azzurro come l'illusione e trasparente come la logica assurda; le palpebre gravavano un poco, come quelle dei pigri o degli assonnati, sull'occhio. Questo era acuto, interrogativo, pronto sugli oggetti e sull'interlocutore, oppure vago e perso in un lieve sorriso estatico, indirizzato a tutto e a niente. Queste due espressioni di estrema petulanza e di estrema indolenza si inseguivano sul viso di Bakùnin a distanza di momenti, a volte accompagnando e a volte contraddicendo le parole e le azioni di quel che stava facendo, e dicendo.
L'aspetto stesso era d'uomo che accettava tutto e respingeva tutto. Anarchico, ragionava per universali astratti e non mirava meno che al mondo e all'assoluto; perciò la sua dottrina era evasiva, e messo alle strette avrebbe confessato di volere una cosa sola: nulla e tutto. E poiché voler tutto è esattamente come non voler niente, il risultato era quel che in allora si cominciava a chiamare, dopo I Padri e i Figli di Turgheniev, il nichilismo. Astuto, coraggioso ed attivo tanto da essere la bestia nera di quattro o cinque polizie, capace d'esser dappertutto a tutte le ore, non c'era mai nell'ora e nel luogo capitale; così come, intelligente e acuto, tutto poteva capire fuor di quello che fosse ragionevole.
Mai personaggio più generosamente privo di senso comune seppero produrre tutte le Russie e le filosofie. Infaticabile, pigrissimo, cauto e temerario, delicato e avventuriere, eroe e dilettante, non lesinava né corpo né anima per compiere quel che ritenesse un dovere, ma poteva vivere tranquillo anche senza doveri. Sapeva svagarsi e dormire, agiva per esuberanza di forze: era sano. Non era mai così furbo come quando si credeva semplice. Ciò non significa che fosse furbo quando gli pareva d'esserlo.
Carlo Cafiero, di fronte allo slavo rumoroso e massiccio, era tutt'altra figura fisica e morale. Egli era spinto ad agire dalla testa, e la testa esaltata non lascia requie, né svago, né sanità. Era di media statura, abbottonato e scialbo nel modo di vestire quanto Bakùnin era libero, sciolto e colorito nel suo. Capelli e barba aveva lisci, uniti e ravviati; era un uomo gracile e composto, un'astratta e nervosa figura d'italiano e di meridionale. L'inquietudine che suscitava lo scioperato Bakùnin era un elemento di simpatia umana, la stima che destava Cafiero era causa di freddezza. Asciutto, taciturno, severo, aveva nelle dita qualcosa che non voleva mai star fermo. E fregava spessissimo i gomiti sul fianco, stropicciando fra le dita, come per strapparli, maniche e bavero della giacca. Questi gesti divenivano nelle contrarietà veri accessi nervosi, e allora lo sguardo, miope dietro gli spessi occhiali a stanghetta da studioso, cresceva una sua fissità assente e penosa. Il naso era bonario, la bocca arida, la fronte appuntita di testardo e di mistico. Al solo vederlo si scorgeva l'uomo scrupoloso e sottile, e su tutta la persona un segno, un'ombra di destino funesto e smarrito.
Cafiero allevato per prete era stato casto fino al matrimonio recente.
Ora ottant'anni di rivoluzioni, dal '93 al '73, davano allo sfrenato Bakùnin un passato e una tradizione: era un uomo riconoscibile, storico, umano per assurdo, che può essere ancora un modo d'essere umano. Ma Bakùnin non era un santo, e casto non era stato mai.
 
Una figura che nel dispiegarsi dei avvenimenti che seguiranno apparirà poco è Antonia, la moglie di Bakùnin, ma non per suo demerito. Gli è che la voce della moderazione e del buon senso si senton poco quando tutt’intorno è un continuo turbinare di grida e di proclami, di pretese e di lagnanze. Ciò nonostante, Antonia è uno dei personaggi migliori del romanzo, se non il migliore:
 
Era alta, formosa, piuttosto lenta. Aveva occhi intelligenti e chiari, dallo sguardo onesto e amichevole. Aveva vita di orientale, troppo sottile, che aggravata dall'opulenza del seno e delle anche, induce nelle mosse femminili una fragilità languida e pieghevole, voluttuaria. Del resto era donna che ispirava piuttosto il rispetto e la fiducia che non il desiderio. Non era di grande nascita né di molta istruzione, ma di nativa finezza, dignità e penetrazione.
Sicura di sé, si poteva permettere quel che voleva, e si sentiva che non si sarebbe permesso più di quel che poteva. Era donna più naturale che morale, ma ben costituita, sana e normale, così a pieno, che queste qualità divenivano in lei armonia di facoltà, bellezza.
Forse non era neppure anarchica. Condotta dalla sorte, ch'ella conosceva e alla quale non si ribellava mai, al contrario di Bakùnin che le si ribellava sempre senza conoscerla mai, fra gli anarchici, Michele l'aveva conosciuta in miseria.
Ella aveva già un'esperienza dolorosa degli uomini ed in quei giorni era sull'orlo della disperazione. Da parecchi anni vivevano ormai insieme come fratello e sorella, il che, nel linguaggio della setta, si chiamava appunto matrimonio nichilista.
 
Fideisticamente, il giovane Cafiero pone nelle mani del Maestro il suo ingente patrimonio; lo fa per la Causa della Rivoluzione Mondiale (le maiuscole sono d’obbligo). Bakùnin col prestigio che ha e con i mezzi che egli gli pone a disposizione di sicuro attizzerà quella “Rivoluzione Sociale che non si fermerà fino a che non avrà fatto il giro del mondo”.
Gli donerà una villa che insiste perché gli sia intestata, con terre e servitù: machiavellicamente il lusso avrebbe fatto da copertura per quel gran complotto ch’era in testa ai due e che senza fallo avrebbe portato i popoli del mondo all’abolizione della proprietà privata.
 
Il giorno appresso, con quella fretta che è quasi infallibile segno di impresa destinata a corta vita, si misero in giro Bakùnin e Cafiero a cercar villa e podere. Girarono una settimana, dall’alba al crepuscolo, anche nelle ore della canicola. Videro tutti i beni vendibili, e siccome volevano fare il passo sulla gamba, scartarono tutte le buone compere perché erano care, tutte le compere a buon mercato perché erano scadenti, e finirono per cascare su una, detta la Baronata, che senza essere una buona compera non era nemmeno una compera a buon mercato.
 
Si trattò d’un cattivissimo affare. Esposta ai venti peggiori, abbandonata da troppi anni, La Baronata era una proprietà che gli eredi del proprietario, un ricco calzettiere milanese deceduto da alcuni anni, non erano mai riusciti a vendere e per questo l’avevano prima presa a detestare e poi dimenticata. Lasciata nelle mani di Fausto, un affittuario gretto e rapace, il fabbricato era pressoché inabitabile e il podere niente dava perché nulla gli si dava.
 
Ingenui, inesperti e sprovveduti, Bakùnin e Cafiero, assistiti o per meglio dire circuìti dal predetto Fausto e da un suo degno compare, un capomastro tanto ossequioso nei modi quanto rapace d’animo che in paese chiamavano Pesce in Barile, per tirarla vi profusero tanto di quel danaro che con la stessa cifra Cafiero avrebbero potuto comprarne una più grande ad Ascona o a Lugano.  Al suono dei motti “Chi più spende meno spende” che era quello di Pesce in Barile, e a quello di “Non facciamo le cose a metà” che era il leit-motiv di Fausto, i due compari come il Gatto e la Volpe suggerivano, consigliavano, ammonivano, e loro, come Pinocchio, a dir sempre sì, e Cafiero a pagare.
 
E, allo stesso modo di loro, affittuari, domestici e artigiani, insomma i rappresentanti di quel popolo che i due volevano redimere, facevano a gara a chi li truffava più volte e con maggiore profitto.
 
E non solo questo. Accadde anche che, com’era inevitabile, la tenuta presto divenne una sorta di corte dei miracoli aperta a rivoluzionari d’ogni latititudine, i quali si rivelarono ingordi parassiti non meno che gli altri.
 
Il lettore potrà farsene una buona idea leggendo per intero il X. capitolo, intitolato Gli Ospiti (lo riporto per intero perché è uno dei più belli e pieni).
 
Le spese di casa, per tanta gente tutta povera in canna, cominciarono a fare spavento. Antonia volle comunicarle a Cafiero e a Bakùnin settimanalmente, ogni sabato, ma per una ragione o per l'altra, passavano anche due o tre settimane senza che i due gerenti trovassero il tempo di ascoltare il rendiconto. E a che pro' amareggiarsi, se la Baronata doveva in progresso di tempo rifar di tutte le spese e darne d'avanzo?
Antonia sospirava, il sabato più spesso che gli altri giorni.
- Cara, - diceva Bakùnin, - i sospiri non sono ragioni. -- E aggiungeva un'empia esclamazione imparata a Napoli: -- Santo diavolo!
- Signora, - rincalzava Cafiero, - se lei conosce che abbiamo speso un soldo, non dico superfluo, né inutile, ma non necessario, me lo dica, la prego, non tema di mortificarci.
- Santo diavolo! -- sbuffava Bakùnin.
Finì che Antonia ci perse la pazienza:
- Ma se non sapete nemmeno quanti ce n'avete buttati in questa Baronata senza fondo!
- Così non si ragiona, - concluse Bakùnin; e Antonia prese l'abitudine di fare il conto per iscritto e di lasciarlo sul tavolo di Cafiero. Più innanzi, furon trovati tutti questi conti e quelli della banca nelle loro buste intatte e chiuse, ammucchiati nel cassetto di Cafiero.
- Bisogna scusarla,  diceva Bakùnin, - perché lei pensa ai figli.
- E’ giusto, - rispondeva Cafiero, - lei fa bene.
- E le donne - diceva Bakùnin - sono di vedute ristrette.
Bakùnin, per seguire il loro programma, aveva scritto con pubblica lettera ai suoi fedeli « Compagni della Federazione del Giura »: « Per nascita e stato io sono soltanto un borghese. Se fossi giovane, sarei entrato in un ambiente di operai a spartire lavoro e pena coi fratelli, ma gli anni e la salute cattiva mi costringono a ritirarmi e a riposare ».
Questa lettera seguì a quella più cruda al giornale ginevrino, dove aveva scritto: « Ne ho abbastanza ». Pensava ai tredici anni passati dalla sua evasione dalla Siberia, quando nel '63 in Russia, nel '66 in Italia, nel '70 in Francia, aveva creduto che la Rivoluzione del '93 e del '48 riprendesse la via, e da politica fosse per diventar sociale. In Russia la Rivoluzione s'era dovuta sotterrare, Garibaldi in fine aveva dato un regno ai Savoia, la Comune aveva dato cinquantamila morti alla Reazione.
La Rivoluzione languiva in tutta Europa, repressa dalle armi, perseguitata dalle polizie, distratta dai riformatori, confusa dai teorici. Si sentiva veramente sfiduciato. Il fuoco, che in Russia diventava tenebroso, covava ancora in Spagna, divisa dalla guerra dei Carlisti, e nella nuova Italia. Dall'Italia arrivavano i vecchi amici di Napoli, Giuseppe Fanelli e Carmelo Paladino e il giovane Errico Malatesta; il siciliano dottor Friscia, l'operaio piemontese Francesco Natta, ed emiliani e romagnoli come Celso Cerretti e Andrea Costa, che aveva ventisei anni ed era ardito e veemente. Costoro gli assicuravano la rivoluzione in Italia per l'estate ventura. Bakùnin era alquanto diffidente delle belle parole italiane. Diceva a Costa: - A voialtri italiani spender belle parole non costa nulla. - Ma l'altro protestava con foga. Quanto alla Russia, l'esilio lungo e l'avventura con Netciaief avevano finito per straniarlo ormai.
Il fatto é che la voce del ritiro di Bakùnin si sparse in varie maniere; e mentre gli procurò tregua presso i nemici, fra gli amici si disse ch'egli apriva a Locarno una colonia fraterna di comunisti, come Icaria in America. E fra gli Internazionali affiliati alla sua Alleanza Segreta, dispersi dalle persecuzioni poliziesche e dalla lotta con Marx e dalla catastrofe della Comune, circolò la notizia che tutto era una finta e che Bakùnin preparava un colpo.
C'era in quegli anni per il mondo un vero e proprio personale errante della Rivoluzione: fugato e rotto, miserabile e proscritto, si riconosceva e si ritrovava ai segni e alle voci da un capo all'altro dei continenti, per istinto e vocazione. Di questo approfittavano le spie, ma la loro opera non intimidiva né scoraggiava i rivoluzionari. Quando un compagno veniva a chiedere un pane alla Baronata, non gli si chiedeva quanto sarebbe rimasto ospite, e neppure ohi fosse.
Ai primi di febbraio del '74, tutta la parte vecchia della casa era ridotta a dormitorio: le stanze per gli stabili, i due androni per quelli di passaggio. Cerutti dormiva in casa di Generoso, e Ross nell'ala nuova, coi « padroni », come si cominciò a dire dagli invidiosi.
Così si trovavano alla Baronata, oltre a Domela Raavenstein, Gaston Barbassou, ostricaro di Cannes, che diceva d'avere una condanna politica in Francia; un inglese, John Willcox, operaio delle Trade Unions, il quale non disse forse dieci parole in quattro mesi; e uno spagnolo, chiamato Scevola, nome di guerra, che poco parlò anch'egli, e che si legò di amicizia coll'inglese per il comune amore della pipa e della lenza.
E venne anche un individuo sconosciuto e misterioso, munito di commendatizie, polacco, il quale domandò di essere chiamato soltanto con una lettera e una cifra, 025, in considerazione dell'odio con cui lo perseguitava la Reazione. A sentir lui, sicari lo pedinavano per freddarlo o per rapirlo; condannato era da non so quanti tribunali marziali, e sempre nel capo. Nessuno ci credette, ma non per questo gli fu fatto viso men buono che agli altri. Egli simpatizzò con Barbassou, ostricaro e venditore di zuccheri filati.
Fu comprato un altro cavallo; ma dapprima non si poté attaccare per il cattivo tempo; e un carrozzino nuovo: una vera occasione procurata da Pesce in Barile.
Il contadino Fausto si fece socialista anarchico con tutta la famiglia. A Bakùnin che raggiante lo complimentava, e che preconizzava grandi vantaggi economici rurali, Fausto disse: - Se le cose si devon fare, è meglio farle del tutto. - E fece libertario perfino il padre paralitico. La famiglia non andò più a messa. Ora cantavano canzoni sovversive, e non si facevano più pregare per stringere la mano, anzi l'offrivano con un certo modo tra la sfacciataggine e la compunzione, che faceva bellissimo vedere. Solo Ross, le rare volte che lasciava i libri, grande e vario lettore, e la pigra contemplazione, grandissimo infingardo, faceva le viste di non accorgersi della mano di Fausto. Il prete della parrocchia fece aspro rimprovero a Fausto della sua miscredenza, ma Fausto in segreto gli confidò queste parole: - Mi lasci far una rendita, Reverendo, e vedrà che non dimenticherò il mio debito con Nostro Signore.
Il buon prete levò le mani al cielo: - Badate che non sia poi tardi: ci pensi almeno quel peccatore con due piedi nella fossa, che è vostro padre.
Colla carrozza nuova e col terzo cavallo, bisognò allargare stalla e rimessa.
025 era istruito, vegetariano, dilettante di pittura e zoofilo. Aveva recato seco un paio di maschere inglesi per uccidere i buoi senza farli soffrire, e spese alcuni giorni con macellai di Locarno a spiegare come la punta agisce, ficcandosi nel midollo spinale e fulminando il bove. Mentre egli discuteva contro i pregiudizi, l'incredulità e l'abitudine, dall'altro canto del mattatoio fetido e sanguinante, i garzoni menavano all'anello e alla corda il bove riluttante e quasi conscio della sua sorte; gli allacciavano le corna, e tirando sulla fune gli piegavano di forza la cervice e il muso. E mentre, colle froge palpitanti sul pavimento, l'animale soffiava e rantolava, si accostava tetro e indifferente il mattatore col maglio pesante. Il povero 025 non poteva assistere ai colpi, e fuggiva. Sull'uscio lo raggiungevano i tonfi sordi sul cranio della bestia e il mugghio dell'agonia. 025 tornava alla Baronata sconvolto, collo stomaco che rifiutava il cibo. Per altro ebbe la soddisfazione di fare adottare le sue maschere, e i macellai trovarono che facevan buona prova. In principio avevan temuto, fra l'altro, nella loro ignoranza, che quella morte così repentina non avesse a avvelenare le carni.
Quella fu la prima attività di 025, e riscosse le simpatie d'ognuno, per quanto fra lui e Bakùnin ci fosse l'antipatia naturale dei russi coi polacchi. Ross poi dichiarò alla signora Antonia di apprezzare, quando mangiava una bistecca, la minor sofferenza dei buoi macellati a Locarno, ma che ogni missione e propaganda dimostra in chi se ne investe una disposizione a entrar nei fatti altrui; e che egli, così in zoofilia come in filantropia, era proclive ad ammirare le missioni e a temere i missionari. La signora rise e si strinse nelle spalle.
025 sapeva tutto, e su tutto correggeva e insegnava, anche quando non era richiesto. Il cavalletto e la scatola dei colori attendevano in un angolo il ritorno del bel tempo. 025 era più alto di Bakùnin, e secco e allampanato; aveva un pizzo nero, un'aria languente ed esaltata assai spiacevole, due lenti a stanghetta di uno spessore da lenti di faro. Accigliato, indiscreto, magistrale, eloquente, era di difficilissima contentatura.
Non andò molto che tutti cercarono di scansarlo, e che discepolo gli divenne l'ostricaro Barbassou, che era bassoccio e tondeggiante e pettegolo. Barbassou recò le ambasciate alla cognata del Motta, quando 025 pensò bene di caderne innamorato, e di scaldarsi tanto da farle offerta di sposalizio. La ragazza, che era molto piacente e tutt'altro che inaccessibile, si divertì qualche tempo alle sue spalle, e dava speranze a Barbassou, che le recasse a 025. Poi, quando n'ebbe abbastanza, gli fece dire che 025 le pareva una scimmia ripescata in lago. La risposta spiacque all'ostricaio, venuto all'anarchia dalla lettura dei Miserabili di Victor Hugo e pieno d'ammirazione per il carattere scientifico e rivoluzionario di 025. Ancor più fieramente dispiacque ad 025, il quale da allora cominciò a nutrire sempre più viva diffidenza e animosità contro Generoso Motta. Questi, buon giardiniere e buon sottoposto, in fatto di coscienza non ammetteva intrusioni né consigli, e continuava a andare a messa colla famiglia e colla cognata. Che questa, se così voleva il sangue, facesse all'amore, ma rispettasse quel che si deve alla religione.
025, che sul conto di lei ne aveva sapute da Barbassou parecchie e belline, riferite dalle donne di casa di Fausto, cominciò a levarsi ogni domenica contro l'ipocrisia cattolica e contro la confessione, che monda il peccatore e la peccatrice, perché possan ricominciare in pace etc. etc. etc. E voleva convertire Generoso al libero pensiero, ma siccome nel discorrere e nel fare esempi entrava in casi personali e di
coscienza, il Motta gli disse chiaro e stizzito che si occupasse dei fatti suoi.
La vanità di 025 s'inacetì. Prese ad esaminare il contegno di Bakùnin e di Antonia coi Motta, e non gli parve democratico. Da questo, in conversazioni con Barbassou e in serie meditazioni, passeggiando solitario, si elevò a considerare nel suo insieme l'impresa, le maniere, il carattere della Baronata, e tutto quanto cominciò a puzzargli d'aristocratico.
Fermava Bakùnin e Cafiero su due piedi, e li interpellava, per esempio, così: - Avrete poi a comodo vostro la bontà di spiegarmi quale è il fine ultimo e filosofico di questa Baronata. Suppongo che non sia solo in quel tanto che se ne vede per ora.
Cafiero s'irritava, Bakùnin divagava.
Non ci vedo chiaro, - diceva 025 a Barbassou felice e glorioso delle confidenze di simile Rousseau del Lago Maggiore.
Intanto arrivarono, evasi dalla Nuova Caledonia, altri due ospiti. Uno era il comunardo Aristippe Marotteau, già direttore del giornale « Le Salut Public » che aveva recato come motti in testata: « Dilexi iustitiam » e « Pour vaincre le despotisme des Rois il faut créer le despotisme de la Liberté. Je Paul Marat ». - L'altro era Emidio Salzana, italiano di ventura, sangue di Carbonaro, grandissimo mangiapreti, amatore di donne, lingua e costume più che libero, bell'uomo vigoroso. Comunardo a Parigi, rivoluzionario in tutte le rivoluzioni da vent'anni a quella parte, scappato di casa a dodici anni, imbarcato a tredici, carcerato a quattordici, stato un pochetto pirata in mari lontani, pratico d'ogni mestiere e sdegnoso di tutti, Salzana, che non poteva far parola né atto senza offender la fibra del virtuoso ed austero Marotteau, l'aveva aiutato ad evadere dalla Nuova Caledonia, dove Marotteau da solo sarebbe morto di febbri in pochi mesi. Salzana aveva fatto questo, soltanto perché eran stati compagni di catena nel viaggio d’andata. Ma durante la fuga aveva esposta più volte la vita per lui contro belve, gendarmi e selvaggi, senza darsi cura né pensieri, per energia esuberante; e per un lungo tratto l'aveva perfino portato a spalla. La gratitudine, che Salzana non avrebbe mai chiesta né voluta, pesava a Marotteau, che in certi momenti avrebbe preferito la Nuova Caledonia e la morte, pur di non dover la vita a un simile spregiatore delle virtù e della continenza, quale ogni giorno più gli si svelava Emidio Salzana, da che erano sbarcati in terre comode. E’ spesso un torto della virtù d'esser più gretta del vizio.
Sbarcati in estrema miseria a Napoli, avendo pagata la traversata, Salzana come marinaio, Marotteau come contabile di bordo, avevan sentito dire della Baronata. Salzana conosceva Cafiero, Marotteau Bakùnin fin dal '48 a Parigi. - Andiamo a guarire le tue febbri, - aveva detto Salzana. Ma in verità il povero uomo, bastava vederlo, non si sarebbe più giovato che d'un solo rimedio, che guarisce infallibilmente tutti i mali di questa terra.
Alla Baronata tutti li accolsero a cuore aperto, e Antonia fu piena di delicate premure per l'ammalato, che trovò letto, fuoco, ristoro e buon viso.
Su un punto lui e Salzana erano sempre andati d'accordo: nell'odiare i preti. Uno era odio filosofico, l'altro odio carnale, ma Salzana, con tutti i suoi discorsi, non aveva mai torto un capello a un sacerdote, mentre Marotteau aveva partecipato di persona alla fucilazione dei Gesuiti e dell'Arcivescovo di Parigi, ostaggi della Comune.
Salzana aveva imparato ad ammirare, sempre colla punta di bizzarria scherzevole sua propria, la forza irriducibile e feroce dell'animo di quell'infermo. Salzana parlava una specie di lingua franca, racimolata tra i porti mediterranei e Parigi, fra Londra
e la Spagna e l'Africa e il Sud America. Era lingua di vagabondo e d'emigrante. Chiamava gli anarchici les gars, senza sapere che così s'eran chiamati i Vandeani; e aveva battezzato Marotteau cancre. - Un giorno - narrava - che i gendarmi ci avevan chiusi nella savana, le cancre ha fatto questa. Noi stavamo quatti e appollaiati tra le piante, quando una dozzina di coccodrilli escono dal pantano coll'idea di venirci a annusare le scarpe. Siam fottuti, o Regina, dico io. E lui mi guarda. « Io non posso camminare », dice, « lasciami ai coccodrilli e mettiti in salvo ». Io ho visto degli uomini andare alla mitraglia e alla ghigliottina, ho fatto alle coltellate, me n'intendo. Lo guardai negli occhi: diceva sul serio, che non vi crediate! C'est un fier cancre le gars. Allora me lo caricai sulle spalle e lo portai per un bel pezzo: uno che non aveva paura dei coccodrilli, non doveva morire.
Un sorriso pallido sfiorava le labbra esangui dell'infermo, che diceva: - C'était justice. - Salzana levava le spalle. Marotteau passava i giorni fra letto e poltrona, e solo con Antonia mostrava di addolcire di gratitudine la patita e chiusa fisonomia, quando le diceva : - Merci, notre camarade.
Virtuoso, fanatico, anima di calvinista comunardo, arso d'un suo bisogno incontrastabile e catoniano di prevalere su ogni cosa e in ogni uomo, quel carattere robespierriano non era inaccessibile all'adulazione. Dopo pochi giorni, la sua virtù dispotica s'era alienato ognuno; Salzana s'era dato corpo e anima a incantare la cognata del Motta. Amor di marinaio, la chiamava, coll'idea onesta che non si facesse illusioni. La ragazza se ne contentò. Salzana aveva baffi vigorosi, prestante figura, e la sedusse tosto e pienamente. Amico intrinseco di Marotteau divenne 025.
In alcune notti d'insonnia, mentre Barbassou cambiava le pezzuole gelate sulla fronte dolente del febbricitante, 025 concertò con lui e scrisse un piano da proporre a Bakùnin per far della Baronata un falanstero comunista, anzi, per non confondere, comunitario.
In punto di nomi e di definizioni le esigenze di Marotteau erano terribili e minuziose. Ben inteso, egli aveva in testa lo statuto perfetto di uno Stato Universale, che correggeva, integrava, temperava insieme Tomaso Campanella e Saint-Simon, Platone e Fourier, Gracco Babeuf e Augusto Comte, Proudhon e Moro. Tutto vi era regolato e tutto previsto. Era diviso in capitoli, sottocapitoli, articoli, commi e paragrafi minuziosissimi. Da trent'anni Aristippe Marotteau ci lavorava con uno scrupolo da Consigliere di Stato. Era ormai un grosso volume, tenuto in sacro deposito presso un amico parigino. Ma del resto Marotteau lo sapeva quasi a memoria. Inoltre per ogni articolo aveva escogitato le obbiezioni possibili sotto qualunque punto di vista logico, e le aveva tutte risolte e confutate una per una. Perciò, secondo lui, era cosa già fatta, e si trattava solo d'applicarlo. Disprezzava, ignorava gli ignari del suo statuto, li compativa; ma per quelli che si fossero attentati a proporre di modificarlo, fuoco, corda e mannaia! Politica, economia, arte, morale, religione, virtù e delitti, premi e pene, tutto vi era sistemato fino alla virgola, e ghigliottina ai non conformi !
Bakùnin promise di leggere la proposta di falanstero, e ci mise sopra un pesacarte. Ogni giorno Marotteau chiedeva a 025 a che punto fosse la lettura della sua « proposta compendiata di statuto per la fondazione di un falanstero comunitario alla Baronata presso Locarno », e ogni giorno 025 rispondeva, ghignando, che non era ancora cominciata.
Un punto pareva particolarmente ben risolto a Marotteau: l'istituzione di una religione del libero pensiero e di una Inquisizione atea « de religiosa pravitate », come diceva lui.
- Questa è logica ! - diceva 025 applaudendo la conseguenza. - Quando la Baronata sarà il primo falanstero, la nostra Inquisizione avrà da pensare al caso di un Motta, a cui si lascia tranquillamente continuare il più sfacciato esercizio domenicale delle pratiche nefaste della superstizione giudaico-romana.
Marotteau, così gli piaceva sentir discorrere, udendo che si tollerava un giardiniere cattolico, levava gli occhi in alto con un atto tutto chiericale, e sospirava compunto, come se già lo consegnasse al braccio secolare ateo, lui e i padroni forse.
Generoso, con finezza di servitore, sentiva la poca simpatia dei padroni per 025, e gli faceva vedere di poco curarlo. Allora 025 in via d'esperienza cominciò a trattarlo seccamente, e a dargli degli ordini. Affettava di non sapere il suo nome e lo chiamava stipendiato o salariato, anzi prezzolato. Il Motta gli ordini non li eseguì mai, ma si informò del significato dell'ultima parola, e alla prima occasione gli disse:
- Io il suo nome non lo so, ma lei può sapere il mio perché non lo nascondo; e in quanto al prezzolato, sarebbe lo stesso, perché lei è qui invitato dai miei padroni, che io dessi a lei di mangiapane a ufo.
025 se lo tenne per detto, ma cominciò a premere su Bakùnin perché liquidasse lo scandalo dei Motta religiosi e reazionari, e perché adottasse nel privato governo della Baronata lo statuto compendiato di Marotteau. Finalmente Bakùnin, messo alle strette, disse che non era possibile, in quanto il piano suo e di Cafiero era di fingersi imborghesiti e ritirati dalla politica.
Mentre la dava, era conscio della debolezza della risposta.
- Ah, - fece 025, - è così? Fingi, allora fingi. Marotteau, quando seppe la scusa, torse le labbra in un sorriso amaro.
- Finge, - diceva 025, - finge! Un tempo predicava l'insurrezione perpetua, l'azione sopra tutto, la sincerità assoluta, la coerenza delle idee e della vita. Ah, temo d'aver fatto molto cammino per procurarmi una delusione grave!
Marotteau scuoteva la testa macilenta, con un'aria che diceva molte cose.
- Non mi pento, per altro, d'esserci venuto, - esclamava dopo un sospiro 025, - soltanto perché ho conosciuto te.
- La transigenza, che chiamano buon senso, misura, saggezza, - sentenziava Marotteau, - è il principio d'ogni corruzione civica, morale e logica. Guai ai tiepidi! La virtù assoluta è il fondamento della libertà”.
 
Così andavan le cose alla Baronata ed  era evidente che non sarebbe durata a lungo: le ingenti risorse di Cafiero scemavano a vista d’occhio, e con esse forse scemavano il suo filantropismo e le sue illusioni.
 
La crisi esplose quando alla Baronata giunse la moglie di Cafiero, la signora Olimpia Kutuzof, che Bacchelli così ci descrive:
 
Media di statura, nere le sopracciglia e un po’ rossi i capelli, naso curvo e grandetto, mento prepotente, il volto bello ma senza attrattiva aveva un’idea dell’alterigia caparbia, d’imperio e di poca sofferenza del prossimo. Olimpia andò subito a genio a O25, comparso a riverirla con gli altri.
- E’ una testa, - disse a Gaston Barbassou, - e una testa capace. Metterà a posto parecchie cosette. Il giorno dopo Antonia le voleva cedere la condotta della casa, ma Cafiero non volle. Per altro Antonia la volle associata e partecipe, ma Olimpia, appena ebbe visto la regola irreprensibile con cui da questo lato procedeva il governo della Baronata, se ne sviò. In altra parte c’era quello che avrebbe soddisfatto il suo carattere inquisitivo e riprensivo. Da inquisire non ebbe molto, e ben presto Cafiero le confidò i conti e tutto lo stato della Baronata. Dopo breve esame levò gli occhi al marito, e disse una parola sola: - C’est la débacle.
 
Anche se noi non abbiamo avuto la fortuna d’esser di sinistra, e pertanto non siamo in grado di discernere a colpo d’occhio dove sono il Bene e il Male, e neanche ci riesce di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, l’ideuzza che la risoluta, ferrigna e sgradevole Olimpia non avesse tutti i torti non riusciamo a levarcela dalla mente.
 
Ella era certamente una donna prosaica e dura, ma aveva tutte le ragioni di questo mondo (dell’altro non sappiamo) a voler togliere dalle mani dell’inetto marito il poco che restava del cospicuo patrimonio che questi stava rapidamente, inopinatamente e senza profitto bruciando per una causa troppo astratta.
 
Ci dispiace piuttosto che il debole Cafiero anziché fare autocritica se la sia presa, come in questi casi invariabilmente accade, con l’amico, rimproverandogli talune le spese per ben vestirsi cui il vecchio signore russo con infantile voluttà aveva soggiaciuto in occasione d’un recente viaggio a Berna, e quelle per dei giochi di fuoco che erano stati preparati per far festa la sera del suo ritorno da Bologna, come se da quel poco fosse dipeso il tutto.
 
L’ora dello scontro non poteva tardare e non tardo… Ridiamo la parola a Bacchelli:
 
Olimpia si allontanò. Stettero alquanto zitti. Bakùnin rifletteva: - Non mi chiede perché voglio parlargli: dunque lo sa. È mai possibile? - Poi, ex abrupto, disse così:
- Tu dunque mi credi uno scroccone, uno che approfitta della tua gioventù, della tua fede e della tua inesperienza, per mangiarti le sostanze: un ladro e un traditore.
- Io, Michele?
- Te lo chiedo. Sappi che è quanto vanno dicendo di me 025 e tua moglie, fin da quando è arrivata.
- No, Michele, così propriamente, no!
- Qualcosa di simile dunque; e tu lo sapevi!
- Ti spiegherò. C'è un malinteso. Abbiamo speso troppo, lo sai anche tu.
- Questo è vero. Ma si è ripetuto abbastanza.
- Ma non vuol dire che io pensi del mio migliore amico e maestro gli orrori e le iniquità che ti sono state riferite. Ma da chi?
- Da tutti, Carlo. Non è vero, Ross?
- È vero.
Bakùnin a questo punto non resse, e per moderarsi un poco s'allontanò. Cafiero stette qualche minuto zitto e pensoso, poi accadde una cosa improvvisa.
Si animò, si irritò, e disse:
- Michele non sarà un ladro né uno scroccone, ma ha abusato della mia gioventù, della mia fede e della mia mancanza di pratica. Ne abuserebbe ancora e sempre peggio, se Olimpia non mi difendesse. E anche 025 è un buon amico, un uomo sincero. Bakùnin non ha diritto di far l'altezzoso!
- Devo chiamare Bakùnin? - chiese Ross.
- Chiamalo ! Chiama anche gli altri.
Tornò Bakùnin, che aveva preso aria e s'era un poco rimesso; e c'erano anche Anna, Antonia, Olimpia, 025 e Cerutti, quando Cafiero ripeté le accuse, ed elencò tutti i torti suoi, gettandoli su Bakùnin, e tutti quelli di Bakùnin colorendoli sinistramente, fino al viaggio di Berna.
Alla fine, gli ascoltatori avevano meno fiato di lui, che aveva parlato di furia.
- Allora, - disse Bakùnin sopraffatto - fra noi tutto è detto?
- Che ne so io? - fece Cafiero. - Che storie facciamo? Io so che tu hai rovinato mia moglie e me e che rivoluzioni non se ne vedono ! Si vedon fuochi d'artificio, quelli sì, e costano, e sono burle di cattivo genere.
- Rovinato? E la Baronata?
- Già ! Intestata a te! Sapevi quel che facevi. Così fu detta la parola irrimediabile. Bakùnin diventò pallido.
- Oggi, - disse, - oggi stesso dal notaio Chiesa, e che si disfi questo contratto, che compromette la mia vita! Ci sarà una formola legale per farti riprendere questa detestata e infame Baronata! Se non c'è, farò testamento in tuo favore, e alla sommossa mi farò uccidere. Così mi sdebiterò. Capiterà pure in qualche parte d'Europa, o basterò io anche solo a farla nascere. Ti farò vedere chi sono a te che ti permetti di schernirmi e d'insultare i miei capelli bianchi.
Ross si mise in mezzo, vedendo che stavano per venire alle mani.
- Riprenderete questo discorso più tardi, disse. - Ora siete troppo eccitati. Ricordatevi foste amici, quanto lo siete !
- Se ne ricordi lui!
- Se ne ricordi lui!
- Siamo uomini, - disse Ross, - ognuno ha suoi torti.
- Pensi ai suoi, - dissero ambedue gli avversari.
- Parlerete dopo, - disse Ross.
- Io non parlerò mai più con lui, - disse Bakùnin.
- Io, - cominciò Cafiero tristissimo d'un tratto, - io ti voglio per testimone, Ross, dei fatti miei. A me non piacciono i fiori, le barche, i cavalli e le carrozze e il giardino. Io mi privo anche del sigaro, e non faccio andar fuochi artificiali e girandole. Io porto addosso ancora il vestito col quale uscii di prigione or è un anno. E i buoni tagliatori non sarebbero solo a Berna.
- E finiscila coi piagnistei! - gridò Bakùnin. - Oggi si va dal Chiesa a far la cessione legale; e la colpa è mia, quando mi misi con un ragazzo! Io, denari, come li ho dati li ho presi, e non ne andai mai cercando, e non sono uomo da miserie, piagnucolone!
- Non li cercasti, - disse Cafiero esasperato di esser chiamato ragazzo, - ma li mangiasti quando ti capitarono! Ti tornava comodo il ragazzo, allora !
- Basta, basta, basta! - Ross così dicendo riuscì farli andare uno da una parte e l'altro dall'altra. Ma:
- Ipocrita! - disse Bakùnin voltandosi.
- Ingordo! - gridò Cafiero, e con Ross aprì il cuore sull'indifferenza di Bakùnin, mentre egli andava in rovina, mentre sua madre piangeva, e sua moglie s'angustiava, ed egli stesso passava giorni di passione a Barletta.
- E qui - diceva - come sono stimato qui? Un coglione da sfruttare. Manco mi si chiede come vanno i fatti miei. Come sarebbe? Io qui passo da importuno e avaro, solo se faccio caso a quanto si spende. E si spende del mio, no? Ho dei pensieri; posso, debbo averli; nemmeno mi si dice: « E va a morire ammazzato! ».
Dal notaro, - sorse gridando fra le aiuole Bakùnin che si aggirava per i viali furioso, - dal notaro Chiesa !
- Per fare il borghese occorrono camicie fini e valigie di cuoio, - gridò di rimando Cafiero, - e poi ipocrita si dice a me!
- Io me la vorrei strappar di dosso la camicia.
- Parole!
Questa volta accorsero a mettersi di mezzo tutti gli astanti. Cafiero, pallido, tremava, si smarriva.
- Lo ucciderei, - gridava, - lo ucciderei volentieri!
Veramente Cafiero era in uno di quegli stati in cui avrebbe potuto ugualmente percuotere il viso o abbracciare le ginocchia dell'amico.
Bakùnin fiammeggiava e fumigava.
- Michele,   disse Ross, - tu che sei più vecchio! Basta.
- Non sapete, - disse Bakùnin che parve abbattersi d'un tratto, - non sapete alla mia età che cosa significa sentirsi dire certe cose.
Non si rivolsero più la parola i due amici.
 
 
Sostanzialmente la prima parte finisce qui. Sfumati la fratellanza ideologica e il patrimonio di Cafiero, donchisciottescamente Bakùnin parte da solo per la sua ultima avventura. Darà fuoco alla miccia della Rivoluzione Mondiale iniziando da Bologna: solleverà il popolo, conquisterà le fortezze, isserà la bandiera rossa sul duomo di San Petronio.
 
Ci ha preso molto spazio, e siamo sicuri che altrettanto ce ne prenderà la seconda, che non è men bella. Per questo, della prima, abbiam ritenuto di saltare, pur se a malincuore, due tratti che ci piacquero enormemente.
 
Uno è quello che prende l’intero capitolo XVI e si intitola, dal nome di un torrazzo pieno di verzura sito a qualche decina di metri dalla casa, “Le mille e una notte”. Fu lì che in un bel mattino pieno di sole l’intera Compagnia sorprese, avvinghiati ardentemente l’uno all’altra, Emidio Salzana e la cognata del Motta.
 
Non si trattava che dell’ennesima rappresentazione della pantomima più antica del mondo, quella che ancora oggi riscuote ovunque il maggiore successo. La cosa meno naturale furono le reazioni di quei liberi pensatori che volevano spezzare tutte le catene e liberare tutti gli uomini e donne del mondo. Codeste reazioni compongono una sorta di effervescente martingala di diversità che a rappresentarla l’estro narrativo e la sorniona ironia di Bacchelli raggiungono livelli di accentuata comicità.
 
L’altro, il secondo, è una notevole “tirata” di Bakùnin contro le Trade Unions, cioè a dire i sindacati inglesi di soccorso ai lavoratori, che a sentire il vecchio rivoluzionario, e a confrontare quel che dice con ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti, già più un secolo fa contenevano ‘in nuce’ e tutti interi i vizi che senza ritegno mostrano oggi in quest’Europa opulenta, cinica, democratica e sindacalizzata. La raccomando alla attenzione del lettore.
 
 
 
La seconda parte del romanzo s’avvia con Bakùnin che munito di passaporto britannico e pertanto camuffato da viaggiatore inglese da Locarno si porta a Bologna.
 
Protagonista a làtere della seconda parte, così come della prima era stato Cafiero, è l’avvocato bolognese Andrea Costa detto il Biondino, un personaggio – come d’altronde i principali del romanzo – realmente vissuto. Ma che è l’unico – e nelle pieghe della narrazione questo lo si intenderà - che abbia tratto profitto dalla attività politica. Moderandosi tosto, e rendendosi con scaltrezza agli occhi dei suoi concittadini sempre più benemerito e rassicurante, il Biondino farà una cospicua carriera al parlamento di Roma, infra i socialisti riformisti di Filippo Turati (che è come dare oggi a uno del saragattiano). 
 
Se poco ci piacque, per l’eccesso di dabbenaggine, Cafiero, ancor meno ci piacerà, pel difetto opposto, quest’avvocatino opportunista, furbo e di lingua sciolta che Bacchelli così ci descrive:
 
Andrea era di statura un po' meno che mezzana, agile e lesto; miope, portava le lenti, ed era smilzo allora, a ventisei anni. Aveva biondi capelli e baffetti arditi. Le donne, di cui andava pazzo, gli avevan messo nome Il Biondino, e così veniva designato nelle osterie e nei comizi, nelle carte della cospirazione come nei rapporti della polizia. Per altro a lui e ai suoi pareva, quando lo coprivano col soprannome di Biondino, d'essersi nascosti nel più impenetrabile pseudonimo. Era capo riconosciuto dell'Internazionale emiliana e romagnola.
L'amante di Costa in Via Broccaindosso, mentre con lui conviveva in camera ammobiliata Vera Karpof, era un'infermiera, battezzata Argalia, donna carnale, nella cui pece Andrea s'era molto invescato, ciò che gli procurava i tormenti della gelosia di Vera.
 
Giacché ci siamo messi a parlar di donne vi faccio conoscere Argalia e Vera (la prima è l’amante di Costa, la seconda ne è la compagna); ridò la parola a Bacchelli che illustrando Argalia par che voglia illustrare tutte le bolognesi:
 
Il popolo dell’addottrinata Bologna ebbe da lungo tempo una simpatia spiccata per i nomi epici ed eroici, dei poemi, delle tragedie e dei libretti d’opera e dei drammi romantici: Armide e Orlandi, Otelli e Ofelie. Qualche volta poi, come in questo caso, scambiava il sesso nell'applicarli.
L'Argalia, nata in quel di Molinella, nella pianura emiliana e romagnola fertile di grano e di canapa e di donne belle e fervorose, era mora, pallida di un pallore lentigginato e carnale, formosa ed ampia. Aveva sopracciglia folte, capelli aridi e spessi, arricciati magnificamente, rigogliosi e riottosi. Il suo sguardo era sospettoso ed oscuro, quasi temesse ed odiasse in ogni uomo quello che era destinato a soggiogarla riluttante e lussuriosa. Gli occhi neri erano pagliettati dì giallo, e nell'orgasmo dell'amore il giallo si accendeva e splendeva nel nero, mentre la bocca rossa e carnosa nei baci e nei morsi s'increspava esangue, livida e quasi paurosa. Gli occhi le s'ingrandivano, come se sorbissero nel loro languore le palpebre violette e le occhiaia color del carbone.
Il Biondino era di mezza testa più basso di lei, che non era molto alta. L'amasse o no, in quei giorni non poteva farne senza. Il pensiero di lei gli sommoveva il sangue. L'Argalia poi non era gelosa per niente.
Possente e villosa, si esponeva ignuda con impudicizia candida e lasciva, e colla voce rauca e aggressiva, colle maniere feline e sanguigne, respingeva ed aizzava, sì che l'amore con lei era strano per la brama insaziabile e per l'orgoglio instancabile che da lei usciva invadendo l'amante, stupito e contento e caldo di quel ch'ella insegnava a prendere e a dare, di quel che secolei si poteva. Insulti o tenerezze, la lasciavano indifferente. Soltanto quando nelle estreme convulsioni gli occhi suoi stravolti mostravano il bianco, in una rabbia di disperazione gioiosa insultava se stessa e si dava di bagascia e di porcona, ridente, affannosa e morente di voluttà.
Gli chiedeva spesso come stesse di salute Vera che chiamava la bambina. E sentendo che era gelosa, gli diceva:
- Sei pure la gran carogna a far dispiacere a una ragazza così.
- E tu? - chiedeva Costa.
- Il mio caro Biondino, - rispondeva, - la porta è lì. Se tu non ci venissi, non ti verrei a cercare io, sta tranquillo. Grazie a Dio e a me nessun uomo mi ha mai vista pregarlo.
Ed era vero. Se gli uomini non l'avessero cercata, ciò che era impossibile solo a vederla, lei sarebbe stata quieta e forse casta. Non era viziosa, era soltanto naturale. Madre d'un figlio avuto da un dottore, che l'aveva abbandonata incinta, aveva rifiutato ogni soccorso, e col figlio ragazzo era madre affettuosa, amantissima, premurosa. In casa non lo teneva, per via, come diceva lei, di « quegli uomini ». Lo teneva alla Molinella, dove andava spesso a trovarlo. Ancor giovanetto, il figlio non la amava per niente. Era d'indole viziata ed egoistica: - Tutto quel vigliacco di suo padre, - diceva la madre che avrebbe dato il suo sangue per il ragazzo.
Rivoluzionaria, socialista, nemica di Dio, non aveva fatto battezzare il figlio, perché a suo dire il Signore non si meritava devozioni. Narrava d'essersi innamorata da ragazzina di un prete del suo paese, e d'esserglisi offerta, e d'essere stata rifiutata. Agli increduli diceva: - Vi dico io che ce n'è dei buoni, che ce n'è dei santi: è per questo che bisogna odiarli di più. I preti sono forti.
Teneva in granaio un paio di vecchi fucili e qualche pistola e daga della Guardia Nazionale. Aspettava le barricate, e ci sarebbe salita certamente a far le schioppettate fra i primi. Né dubitava che la Rivoluzione, parola che ha riempito di un secolo e che è stata tanto potente sugli animi da potersi esimere varie volte d'aver un significato qualunque, non dovesse aver luogo prima dell'autunno.
Non celava al figlio d'essere un bastardo, né quel che significasse la parola. - Non temete, - le dicevano, - di tirar su’ un assassino? - La colpa è di suo padre, - rispondeva; - il ragazzo ha da sapere che per non essere bastardo lui bisogna che non ci siano più figli legittimi né matrimoni, né sindaci e curati. - Ma se andrà a finire in galera? - Ci si sta sempre meglio che sottoterra, - rispondeva quella figlia della terra. - Giusto! E se ve l'ammazzano? - Rispondeva facendo gli scongiuri.
Aveva sgomento e ribrezzo della morte, come di una cosa che ripugnava al suo sangue caloroso, ai suoi sensi vogliosi.
Campava del suo lavoro, e non aveva mai accettato dai suoi amanti più di qualche cena alle osterie della Fontanina in Val d'Aposa, o della Stella fuori di Porta Lame, o a Casalecchio. Era ottima e intelligente infermiera, molto ricercata dai medici e dalle famiglie, e guadagnava bene.
Vera Karpov era bruna di pelle e di capelli: una bellezza carnale, calda, prospera e lustra, indolente. Faceva l’anarchica perché si c’era trovata, e sopra tutto perché s’era innamorata di Costa. Aveva portato [a Bakùnin a Locarno] le corrispondenze segrete di Costa, e spasimava pigramente di mal d’amore e dalla voglia di tornare a Bologna dall’amante […]
Vera Karpof fumava una sigaretta guardando il soffitto e posando la testa sul braccio sinistro passato sotto la nuca. I suoi lenti e densi occhi di orientale erravano dietro il fumo del tabacco e dietro la pigrizia dei pensieri. Il sonno li schiariva e la voluttà li faceva più lucidi e opachi; Costa l'aveva osservato più volte. Erano occhi bellissimi.
Si fermò sull'uscio, mentre quella non mostrava d'averlo sentito.
Il braccio rilevato usciva dalla manica della camicia fino all'ascella, e il giaciglio stretto e corto, obbligandola a stare un poco in traverso raccolta, rilevava sotto il lenzuolo l'anca voluttuosa e prepotente. Aveva respinto il lenzuolo oltre il seno, per il caldo grande, e la spalla destra, poggiando ella sul fianco sinistro, fioriva nuda fuori dalla scollatura della camicia, morbida, rotonda ed opulenta, soffusa di una viva e lucida cera, come la buccia di un bellissimo frutto. La giovane era di pelle scura, pallida, calda, che beveva la luce; scabra al tatto, granita, solida e piccante. La sua voluttà era greve e senza brividi, tenace, senza soprassalti, e lentamente insaziabile.
Il suo amante vide la scapola rilevata nella schiena carnosa, la voluttuosa incavatura della clavicola, e l'ombra vertiginosa del seno profondo; e sarebbe bastato molto meno. Non stette a ragionare.
Prima n'ebbe uno schiaffo sonoro, e poi, siccome non la lasciava, Vera gli schiacciò tranquillamente la brace della sigaretta su una mano. Il dolore acuto lo fece levare e arretrare succhiandosi la mano. La ragazza rideva:
- Va, va, italiano!
- Vado via per non picchiarti, - esclamò Costa. - Accidenti alla pazzia delle russe !
- Mi prendi - disse schernevole la donna - per una delle vostre italiane, disposte a servirvi, a patire e a ringraziarvi delle offese vostre? Mi prendi per una delle vostre sottomesse massaie e donne da piacere?
Costa non poteva sentirla dir male delle italiane.'
- Me ne vado, - ripeté, - me ne vado.
- E farai bene, - disse quella.
- Maledetta l'ora che mi misi con colei, - pensava Andrea per le scale. Poi gli venne da ridere, voleva tornar a far la pace con quel bel tomo di ragazza, ma era meglio castigarla un poco per ridurla più al dovere.
 
 
Giunto a Bologna a far il suo dovere di rivoluzionario, Bakùnin trova, preparata, addottrinata e inquadrata da Costa, una masnada d’improbabili e umorali sovversivi, culturalmente inadeguati, politicamente inattendibili e militarmente inaffidabili, con i quali forma tre squadre d’una cinquantina di uomini ciascuna. Il numero dei volenterosi non viene ritenuto esiguo per la certezza che al primo suon di schioppo tutti i proletari d’Emilia e di Romagna si solleveranno e brandendo roncole e forconi se non avessero trovato di meglio, si sarebbero riversati sulla strade e nelle piazze per sostituire al Vecchio l’Ordine Nuovo.
 
 
 
Di uomini fidati in grado di condurre questi venturosi e sprovveduti facinorosi ve n’erano solo due, Alceste Faggioli e Abdon Negri, e sia l’uno che l’altro meritano di essere guardati più da vicino.
 
Alceste Faggioli, figlio di un proprietario della collina bolognese, era di viso delicato e di gracile e lunga corporatura, fervido e generoso d’animo. Votato a morte precoce per mal di petto, aveva l’amor proprio di offrirsi a fatiche e rischi, ma il dubbio di non reggerci gli dava una passione, che appariva nella melanconia del viso. Era di quelli in cui la convinzione, il pericolo e l'azione, diventan febbre, capaci di stupire con ottime e con pessime cose. Congiurato cogli Internazionali, poi processato con Costa nel '76 disse ai giurati accoratamente che avrebbe voluto morire in testimonianza delle sue idee, come avrebbe accettata la galera senza odio, se non anzi con gratitudine. Assolto, garibaldino a Domokos, la morte sul campo non lo volle, e poco dopo lo rapì nel suo letto di ammalato. Il suo destino doloroso e il suo cuore ardente e ingenuo commossero e lo fecero benvolere dal Carducci e ricordare lungamente dagli amici.
 
Diverso e forse migliore, in quanto resistente, tetragono, ardito, era Abdon Negri, l’altro comandante. Ci dice Bacchelli che…
 
Capace di ottime e di pessime cose era del pari Abdon Negri; ma senza stupire nessuno. Il solo aspetto annunciava l'uomo straordinario; aitante, quadrato, senza un'oncia di grasso inutile, visto di profilo era tagliente e agile come una lama, di fronte pareva un uscio di rovere largo e nodoso. Bell'uomo, il pallore della pelle spiccava sul nero corvino della barba non folta, ma lunga e larga. Quasi rasato in capo, aveva testa piccola e rotonda da atleta. Era nel fiore dell'età virile e della vigoria, che aveva grandissima e perfetta ad ogni uso. Era infatti agile quanto robusto, resistente quanto veloce. Taciturno, dalla volontà di ferro come i suoi muscoli, era un uomo senza rimedio, un italiano di quelli che si chiamano del Cinquecento; ma l'Italia ne dà continuamente, e li manda per le proprie contrade e delle Americhe e in Africa a non far mai male senza bene né bene senza male, a non risparmiarsi né a risparmiare, generosamente feroci e prodi e folli e non mai pentiti né del bene né del male. Un italiano alla Felice Orsini, suo compatriota e suo modello.
Mentre Alceste non riusciva per la febbricosa spossatezza dell'alba insonne a prender riposo, Abdon fumava, e di notti senza chiuder occhio ne avrebbe potuto passare anche quattro o cinque in fila.
 
 
Non tanto per l’esiguità degli ardimentosi quanto per la carenza dei comandanti (il Biondino la notte antecedente l’alba nella quale avrebbe dovuto innescarsi l’Incendio aveva avuto la bella idea di farsi arrestare) poterono formarsi solo due squadre.
 
Una terza l’avrebbe condotta lo stesso Bakùnin che nel frattempo, nel chiuso d’una soffitta, s’era messo a disegnar piani e a fabbricar bombe.
 
A questo proposito, Bacchelli fa dire a uno dei sovversivi:
 
- Pensati tu che avrà messo insieme più di mezzo quintale di polveri, e che nel far le dosi passeggia colla sigaretta accesa fra le pentole. Beve trenta caffè al giorno e accende una sigaretta coll’altra, a rischio di saltare lui e la casa; se basta poi una di case!.  
 
 
Non possiamo purtroppo fermarci a raccontar tutto, però di quel che successe il giorno prima e in quello stabilito per la Rivoluzione non possiamo non dar conto.
 
Il giorno prima s’era tenuta una riunione dei più attivi. C’era la novità che correva voce che dalle parti di Lugo i repubblicani di Saffi stessero per sollevarsi, per cui Costa era venuto a proporre di unire le due insurrezioni per dividere i rischi e raddoppiare le possibilità di riuscita.
Immediatamente Costa venne guardato con sospetto; i duri e i puri s’opposero, lo Storto calzolaio, “che sapeva contraddire e maledire come un calzolaio quando il bischetto e la lesina gli vanno in sangue acre e in malevolenza, e come uno storto di natura, di quelli che il popolo chiama segnati da Dio” arrivò a dubitare apertamente delle intenzioni e della buona fede rivoluzionaria del Biondino.
La discussione trascese, tra i due volarono parole grosse, tanto che per spegnerla dovette intervenire lo stesso Bakùnin:
 
- L’ordine per tutti è uno solo. Entrare in città, gettarsi in piazza alla disperata, e che nessuno pensi a salvarsi. Noi non combattiamo per noi.  
 
Costa, che era intelligente, non aveva affatto torto. Egli riteneva che “la congiura era un'inezia, i probabili insorti una parvità, l'esito più che certo, il piano un sogno, e lasciar dunque Bakùnin nell'illusione era una leggerezza, un inganno, anzi un tradimento. Cadremo tutti e due nel ridicolo. Quell’altro matto da catena sta là a far le bombe, e noi, fatti bene i conti, potremo racimolare sì e no trecento scalzacani, che avranno tanta voglia di farsi ammazzare come io di farmi frate. Come vuol finire, come vuol finire non lo so io ! E se svelo questo stato di fatto, Bakùnin avrà ragione di dirsi canzonato, dopo che lo abbiamo fatto venire a Bologna. E mi par di sentire poi abbaiare quel cane dello Storto ! Bisognerebbe che da qui a venerdì succedesse qualcosa. Ma che cosa? L'eclissi di Colombo? Eppure è inutile: andiamo incontro a un fiasco madornale, al ridicolo o alla tragedia, o forse a una tragedia ridicola”.
 
Come andarono le cose.
Il gruppo di Bakùnin:
 
All’alba del giorno cruciale, la truppa raccogliticcia si scompagina e diserta. Seduto sul borraccino del Sandrone, stupefatto Bakùnin aspetta i suoi che non vengono. Li cerca, chiede di loro, ma non li trova.
 
Ancora non gli passava per la testa la semplice verità, la quale era che le venti anime perse s’erano ben pensato che una parola si fa presto a dare e più presto a ritirarla; che era meglio stare a vedere come si sarebbero messe le cose, e nei chiassi non essere mai il primo. E che per uno che mancasse, diciannove facevan come venti. Siccome a uno a uno pensarono la stessa cosa in venti, così rimasero a letto tutti, saviamente.
 
Il gruppo d’Alceste Faggioli:
 
Da San Giovanni in Persicelo, del gruppo che doveva unirsi col Faggioli ne erano arrivati in pessimo arnese cinquanta o sessanta. Alla riunione sui Prati, al momento d'inquadrarsi sotto il comando dei capi, parte aveva dichiarato di non voler capi bolognesi e se n'era tornata, parte si era data alla campagna portandosi il fucile ricevuto. Quelli che non eran già tornati alle case, stavano probabilmente fra Casteldebole e Borgo Panigale, fra Pontelungo e il ponte di Casalecchio, a predare « 1'ugliatica », uva primaticcia già matura agli ultimi di luglio, e i poponi, che quell'anno erano squisiti.
Alceste cercava di convincerli, di radunarli, di serrare le fila.
- Ma tu sei proprio matto! Tu e chi te lo fa fare. Io sono stato artigliere – gli fece uno. - Un forte si prende coi cannoni da assedio.
- Ah son matto? Vi farò veder dunque un atto da matto. Al primo che si muove per abbandonarmi, sparo !
Si puntava la pistola contro la tempia.
- Al primo che muove un dito per toccarmi, sparo ! Così sarete assassini, oltre che vigliacchi e spergiuri.
Quella minaccia li lasciò freddissimi, e il Guazzaloca che era uno di quelli che non avevan paura a parlare colle seguenti parole volle spiegargli l’opinione sua e quella  degli altri:
- L'idea è una bella cosa, e siamo tutti qui per servirla, ma non ci piacerebbero le fucilate. Non so se mi spiego. Noi poi che cosa sia l'idea lo sappiamo così e colà. Il mio padrone di bottega mi ha scritto fra gli Internazionali, ma non mi ha mica detto che si tratta d'andare a prender dei forti colle mani. Io ci sto a far l'Internazionale, ma sei sicuro che il forte sia roba che si lascia prendere? Il padrone mi ha detto ieri: « Conosci Faggioli? ». « Sì », dico io, « è un buon giovane, la pensa bene, vuol bene al popolo ». « Trovati da lui a mezzanotte al Prato di San Giuseppe ». Eccomi qua, ma non vorrei mica finire malamente.
- Io son qui - disse un altro - perché credevo che l'Internazionale volesse dire spartir la roba dei signori. Ma al forte non c'è niente da spartire, fuori che le pillole dei fucili, che poi toccheranno tutte a noi.
- Al forte ! - scoppiaron voci incoraggiate dal silenzio stupefatto e doloroso di Faggioli: - Hai detto niente! - Mozizzole! - E con che cosa si prende?
Guazzaloca ripetè il dialoghetto abusato fra il soldato di Napoleone e la venditrice di noci: -- Comment s'appelle? - Non si pelano, si schiacciano. - Comment?            Col martello, non con le mani.
Ben presto qualcuno propose di tornare in città e di piantar lì Faggioli, qualche altro di salvarlo anche per forza, e qualcuno di portarlo in Sant'Isaia al numero 90, dove c'è il manicomio”.
I pochi c’eran rimasti e s’erano riuniti al loro capo, i contadini venivan sulle porte delle case e delle stalle a guardarli. La banda sì voltò verso i contadini, gridando a squarciagola: - Viva la Repubblica Sociale! Viva i poveretti! Morte ai signori!
I rustici si ritrassero nelle case immediatamente. Qualcuno interruppe perfino l'aratura, ribaltò ìl vomero, e ricondusse i buoi alla stalla, col dispetto in viso e la preoccupazione del contadino interrotto nei lavori da un'intempestiva minaccia di temporale.
Bakùnin rimasto senza truppa s’era fatto portare dal Sandrone presso di costoro e per aver l’agio di vedere il contegno del contadiname non aveva ancora fatto avanzare il barroccino, non aveva ancor fatto le debite riflessioni, quando uno di quei villici gli si accostò attraverso il campo alla strada, senza entrarvi, per chiedere se sapessero che cosa si voleva fare.
- Libertà, uguaglianza, fraternità, - rispose Bakùnin, - o la morte!
- Servo suo, padrone, - replicò l'altro levandosi in fretta di dov'era.
La moglie gli chiese, mentre sprangava la stalla, di che cosa si trattasse.
- Sono giacobini, - rispose l'uomo, - vogliono fare un quarantotto, ma io a buon conto serro il bestiame, finché tira quest'aria. Ci dev'essere anche della gente istruita, perché dicono delle parole difficili, ma l'istruzione fa l'uomo malizioso. Figurati che gridano libertà. Tira aria di ladri.
 
 
Il gruppo di Abdon Negri:
 
Abdon Negri che come abbiamo visto era tipo al quale le chiacchiere piacevano poco i suoi invece li aveva radunati tutti; perché gli subito gli aveva fatto capire che a mostrargli debolezza avrebbero avuto da temere più dalle sue pistole che dagli schioppi dei soldati.
Riandiamo a Bacchelli:
 
In testa al magro e polveroso esercito degli Scalzi e della Canaglia, marciava, nero, aitante, spedito, Abdon. A qualche passo da lui, che avrebbe stancato a camminare un ascaro, seguivano due o tre individui, recanti un paio di bandiere rosse minuscole e di manico corto. Come fiammeggiarono, per quanto piccole e stinte, agli occhi di Bakùnin !
Una torma oscura di circa un centinaio e mezzo d'uomini le seguivano, armati di bastoni, schiere compatte e baldanzose quelle di testa, più dimesse e rade quelle di coda. Chiudeva la marcia una retroguardia dall'aspetto risoluto e ordinato, incaricata di sollecitare i ritardatari, raccogliere i dispersi, vigilare a che nessuno si spargesse a rubare.
Abdon aveva in cintura due pistole, ed è facile immaginare che avesse detto: - Queste comincio a adoperarle su chi si azzarda a rubar qualcosa ai contadini per dove passeremo. - Abdon Negri aveva imparato la guerra con Garibaldi, il quale sapeva che gli irregolari hanno bisogno in queste cose di osservare la disciplina più dura e più scrupolosa, e che per un grappolo d'uva ha fatto fucilare un uomo.
 
Ma gli capitò la malasorte d’imbattersi in un drappello di Carabinieri Reali, cui era stato dato l’ordine di battere la campagna verso Imola e verso San Giovanni.
 
Alle viste, il capitano Viollet che li comandava intimò il – Fermi tutti o faccio fuoco!. All’intimazione del capitano e sotto la mira dei moschetti i ribelli si erano stretti e accalcati, coprendosi coi bastoni, che erano a punta di ferro. La maggior parte era spossata e s’era fatta coraggio con troppe bevute di vino lungo la strada. S’aggrupparono dunque in grande sospetto e sconsolati fra i carabinieri che avevan di fronte, e gli uomini scelti che Abdon aveva messi a far da retroguardia a tergo, con l’ordine di uccidere i fuggitivi. Davanti rimaneva il capintesta.
 
Il capintesta, che era Abdon Negri, non se ne diede per inteso e si lanciò contro i carabinieri trascinandone due o tre per terra e ingaggiando con loro una furiosa colluttazione; fino a quando non fu bloccato e ammanettato.        
 
I carabinieri lanciarono i cavalli sugli insorti, ma questi non li attesero, e saltarono nei campi, dove lungo i filari e per le cavedagne, saltando siepi e fossi, si sparse la caccia corrente.
Solo qualcuno dei più lesti riuscì a dileguarsi. Altri batterono invano alle porte dei contadini, i quali uscirono a indicarli in più d'un caso ai carabinieri, quando vider la fine della cosa.
 
 
Dunque, facendo i conti, i 20 di Bakùnin se n’erano bellamente rimasti a letto col proposito d’uscirne a cose fatte, colla cravatta rossa se le cose fossero andate bene o con la faccia di tutti i giorni nel caso contrario, mentre gli altri due gruppi alle prime avvisaglie di scontro se l’erano data a gambe dileguandosi rapidamente per le campagne.
 
 
In città erano corse voci, e qualcosa veniva a sapersi.
Agli Alemanni, fuor di Porta Maggiore, c'era, vasto spiazzale scompartito da file e da riquadri di paracarri, il Foro Boario. In giorno di sabato a Bologna c'è mercato agricolo, e i boari vi avevano radunato centinaia di capi di bestiame. Ma in quel trambusto il mercato non s'avviava, e le bestie, aduste e pingui, da lavoro e da macello, lustre groppe al sole, faticanti cervici e larghe giogaie, pareva che sentissero la melanconia dei padroni, dei sensali scioperati, -dei mercanti, che nella possibilità di trovarsi a non saper dove riparare i buoi pagati in sonanti marenghi e scudi di Napoleone e di Vittorio, coll'idea di una rivoluzione per le strade non s'azzardavano a far contratti. E chi aveva buoi, se li tenesse. Si levava dunque dal piazzale, nel silenzio degli uomini, un mugghio lento e triste di quel bestiame tenuto fermo da molte ore sotto ìl sole e senza mangiare né bere.
- Si ha da vedere anche questa! - C'è della gran gente cattiva a questo mondo ! - C'è della gente che non ha timor di Dio. - Gente che non ha niente da perdere.
Così si sentiva discorrere.
Nel vicino caffè, dove prima dell'arresto aveva servito il buon Teobaldo Buggini, un gruppo di speculatori azzardati aveva improvvisato una sorta di piccola borsa del bestiame per speculare sul ribasso. Avevano circuito parecchi boari, e, facendoli bere a digiuno, cercavano di spaventarli per indurli a vendere a basso prezzo. Gestivano, gridavano, mostravano il mercato desolato e fermo, offrivano biglietti di banca e monete d'argento. Poi di colpo si facevano all'orecchio dei capoccia e dei fattori, e parlavano della Rivoluzione che stava per scoppiare, di autorità in fuga, di mio e di tuo a monte, di spartizione d'ogni avere, di sterminio e fuoco. Teobaldo in prigione, tutti i frequentatori del Foro Boario lo conoscevano, era un esempio per avvalorare i detti, e:
- Se non sarà oggi, domani non può mancare; la repubblica si farà, vincerà la bandiera rossa, e il bestiame ve lo verranno a requisire nelle stalle; vi daranno in cambio della carta col berretto frigio: sono i frutti dell'albero della libertà. Io invece vi faccio vedere la faccia del Re, e questa è quella che vale, regge e fa tornare i conti. I buoi la repubblica può mangiarveli: ma mancheranno materassi, mancheranno le pietre dei focolari sotto la repubblica? L'oro e l'argento non è tuo se non lo puoi nascondere alla vista del mondo, che è ladro. Vendete, finché siete in tempo.
I contadini cacciavan gli occhi fuori dalla testa e si spaventavano di quel che capivano e di quel che non capivano, ma non s'ubbriacavano, né di discorsi né di grappini, e sui prezzi non cedevano.
- Miseria, - lamentavano le massaie sui barroccini, - miseria di un mondo!
- A piangere c’è tempo dopo, - replicavano gli uomini.
 
 
Capitolo X. La sconfitta. [Ove Baccelli ci dimostra che chi si prende pensiero delle sorti del prossimo o non ne ha di suoi o non sa risolverli].
 
La banda degli imolesi, incolonnata dai carabinieri del capitano Simon Viollet, era stata, avviata, subito dopo il fatto della Quaderna, per la Via Emilia verso Bologna. In testa cavalcava Simon Viollet, e dietro di lui-veniva Abdon ammanettato. Occorreva una tempra come quella, di costui per non cedere alle contusioni della caduta sotto l'urto del cavallo. Gli altri avevano le mani libere. Bastavano i carabinieri fiancheggianti la lamentevole colonna per sorvegliarli. E del resto nessuno aveva, voglia di fuggire, ma soltanto di. mangiare. Alle case di San Lazzaro dove tutto il paese e le vicinanze erano accorsi al passaggio, e c'era anche qualche famiglia signorile di villeggianti contenti di avere uno svago in quel torrido e sonnolento pomeriggio dell'8 agosto, a: San Lazzaro qualcuno della languida truppa gridò d'aver fame e d'esser stanco. Forse avevano sperato che il capitano requisisse per loro qualche mezzo quintale di pane. Ma Simon Viollet fece un discorso breve: - Hanno fame e sono stanchi anche i. miei 'carabinieri, che non la sono andati a cercare. Perciò chi grida, e chi si buttasse a terra, lo farò gridare di più e levarsi in piedi a suon di piattonate.
Se non sfamò, persuase. E, trascinando i piedi, levando nell'aria immobile e nel sole spietato una scia di polvere proseguirono verso Bologna. Che si ricordasse dell'Internazionale fra loro c'era di sicuro Abdon Negri solo. Gli altri pensavano allo stomaco. In capo alla via rettilinea cominciò ad apparire la Torre degli Asinelli, lunga ed agile come una freccia; e camminavano a testa bassa col solo pensiero, quando levavano gli occhi a guardarla, che là ci sarebbe stata una minestra e un pancaccio almeno. Arrivarono a Porta Maggiore disfatti.
S'improvvisò in città una specie di carnevale. Già la giornata di commemorazione patriottica avrebbe dovuto essere di mezza festa; e le porte chiuse, la voce dei fatti rivoluzionari, d'una battaglia alla Quaderna, d'Imola in fiamme, avevano finito di scioperare una popolazione di per curiosa e avida di novità e concorrente a ogni spettacolo. Da un'ora i portici di Strada Maggiore erano gremiti, e l'aspettativa pubblica era grande, bramosa, eccitata, loquace. I venditori ambulanti di sorbetti, colle loro carrette in forma di navicelle bianche, i cocomerai, che impiantaron sotto i portici i banchi stillanti dell'acqua che geme sotto il coltello da quelle fresche carni insipide e dolcigne dove occhieggiano i semi color d'ebano, vendettero quanto vollero. Qualche vecchio volle dire che dalla venuta di Pio IX, nel '57, non s'era mai visto concorso più grande per quella Strada Maggiore, che vide Carlo V e Napoleone. I giovani badavano alle ragazze floride, sode al tatto, e di lingua impertinente, lasciando star la storia.
Quando comparve la testa della colonna, col capitano, che tra fame e fastidio di tanto pubblico faceva un viso durissimo; con Abdon Negri, che suscitava infinito sussurro col suo aspetto, e non piegava d'un dito la testa, e non degnava d'uno sguardo la folla; l'effetto non mancò. E corsero subito voci, e la leggenda favoleggiò di un comunardo petroliere terribile, di un gigante barbuto, venuto non si sa di dove, dalla Siberia per lo meno, rivoluzionario spaventoso. La voce arrivò anzi fino a Costa in prigione, perché le voci passano muri e serrami, ed egli temette che fosse preso Bakùnin. Notabile, per la storia delle voci, è che mezza Bologna conosceva benissimo Abdon Negri di Imola.
Ma procedendo la fila, passato Abdon, che per. l'occasione diventò siberiano, cominciavano. le delusioni. Cento ragazzacci erano, per la maggior parte, e tutti sparuti, miserabili, ridicoli; coi bastoni puntuti, che; i carabinieri avevan lasciato loro perché potessero appoggiarsi e trascinarsi lungo la strada; camicie sbrindellate, giacche lacere; brache lise e scarpe fruste, chi aveva scarpe ai piedi.
Furon battezzati subito Esercito della Fame. La folla cominciò a far coda dietro e accompagnamento ai lati sotto i portici. Dagli scherzi ai lazzi, dalle risa ai gridi, la gente si sentì positivamente truffata nella sua attesa. Non sapendo con chi prendersela, fischiò come a teatro. - Come a teatro, - borbottò seccatissirno Simon Viollet.
La ragazzaglia accorse e le grida riempirono la vecchia strada signorile e austera: - Soldati del Papa! Soldati dal Becco di Legno!' - Morti di fame! - Scannapagnotte ! - Scacazzoni! Carogne! - Faccie da morti in piedi!
Certo, insultare dei vinti prigionieri non era un atto esente da vigliaccheria, ma la cortigianeria della folla è molto complessa, e mentre disprezza ed opprime chi ha perso perché le par vile, ha contro di lui, rancore perché se non fosse sfato vile essa avrebbe da obbedirgli. Sui deboli perdenti essa sfoga anche l'astio naturale contro i forti vincenti.
Ma quel giorno d'agosto il popolo trovò un argomento più vicino di malcontento. Erano irritati i bolognesi, perché l'autorità aveva dovuto ordinare che si rimandasse il fuoco d'artificio alla Morntagnola, di commemorazione della cacciata degli austriaci nel '48. Fu: questo ben presto il gridò di rimprovero universale della folla, che ha sentimenti complessi ma espressioni semplici:
- Vigliacchi, per voialtri perdiamo i fuochi!  
Alle Due Torri cominciò ad affluire il pubblico dei benpensanti, e lo sdegno, più meditato, di chi ha terre e rendita da perdere, più che un fuoco d'artificio, confluì in quello ingenuo e naturale del popolo. La popolazione civile improvvisò una di quelle dimostrazioni alla forza pubblica, nell'entusiasmo zelantissimo delle quali traspare sempre l'incomparabile servilità dei denarosi e dei provveduti in qualunque ordine e regola sociale essi vivano.
Il capitano Simon Viollet, buono e spiccio militare, fu noiatissimo di quegli applausi: - Se non farò altre battaglie, - borbottò, - bella gloria! Questi borghesi perdon la testa per amor della cassaforte. Mi piace quasi quasi di più il sovversivo che mi voleva sparare.
Molte risate e applausi raccolsero i monelli col lancio di buccie di cocomero sui disgraziati, ormai balordi del tutto; ma questo fu fatto smettere da un gesto del capitano e da un paio di ingiunzioni brusche dei militi della Benemerita.
Abdon Negri non si curava dì niente. Agli applausi borghesi disse fra : - Vi conviene e fate bene. - Quando comprese che il popolo rimpiangeva un fuoco d'artificio; brontolò: - Feste, farina e forche!
E fu tanta l'amara sua dilettazione nel dirlo, che forse non l'avrebbe data in cambio di aver vinto e di raccoglier lui gli applausi. Tanto è vero che l'istinto dispotico e il disprezzo del popolo si trova nei tirannicidi almeno altrettanto che nei tiranni.
E nel caso particolare, Don Ferdinando di Borbone delle Due Sicilie quella formola la diceva amenamente e più per ridere che per offendere, Abdon Negri con furore e disprezzo.
Quando Costa seppe che entravano nelle carceri del Torrone gli imolesi e il Negri, ebbe sollievo che questo non fosse Bakùnin; poi si infuriò e coprì d'insulti i primi che incontrò nei corridoi e in cortile, trattandoli di vigliacchi e di scannapagnotte, tanto che fu messo in cella separata e condotto a prender aria da solo. Del resto, a quelli non parve vero d'aver da mangiare e da dormire, e delle contumelie del Biondino si curavano assai poco.
Abdon Negri fu passato in infermeria.
Altri fuggitivi, di Bologna e di San Giovanni in Persiceto, si dettero alla montagna. I carabinieri la battevano giorno e notte. Anche Faggioli e il Gombruti non appena il giorno 9 tentarono di prendere il largo sugli Appennini, furon catturati vicino a Pieve del Pino.
Erano state richiamate le truppe dai campi della Porretta e di Piteccio, erano arrivati rinforzi da Modena, la città fu tenuta militarmente.
Vera Karpof aveva avuta l'autorizzazione di visita, e andò a fare in parlatorio una scenata di gelosia a Andrea Costa. L'Argalia invece gli portava ogni giorno un cestino colmo di roba da mangiare. I secondini ci ridevano. Costa non aveva perso l'appetito.
Il 9, verso sera, si formò in Val di Savena un turbine ciclonico, come scrissero i giornali in cronaca, che scatenò sul borgo di San Ruffillo grande violenza di tuoni, fulmini, acqua, grandine e vento. Fece del danno assai, intorbidò molto e gonfiò la scarsa vena del Savena, fece uno sterminio di tegoli, mostrò, al dire del prete della Pieve del Pino, che la divinità cominciava a averne abbastanza della nequizia umana; e rinfrescò, l'aria quando veramente pareva che l'afa fiori fosse più sopportabile.
Anche i discorsi di caffè e di farmacia sui fatti di Imola e della Quaderna e sulla congiura dei Prati di Caprara, dopo qualche giorno, persero interesse e novità. Chi comprava i giornali di Roma, per esempio il brillante « Fanfulla », per vedere che cosa ne dicessero alla Capitale, rimaneva punto nella civica vanità, scoprendo che dei gran fatti di Bologna quelli facevano appena menzione in poche righe di cronaca.
 
 
Finì così in niente la Rivoluzione che in un attimo avrebbe dovuto incendiato il mondo. Un contadino, volendo commentar la cosa a modo suo, non trovò di meglio che esprimersi con un proverbio:
 
- Vogliono disfare il mondo e sono come Mastro Tampicchio, che sfece un rovere per fare un cavicchio.
 
 
Noi avremmo finito. Ci rimane solo da dire, per rintracciare il protagonista della storia, che del suo passaggio in città non rimase traccia né nei verbali di Polizia né nella memoria delle persone.
 
Il russo mangiapreti fuggì, ultima beffa, travestito da monsignore, e le autorità non seppero mai della presenza di Bakunin in Italia.
 
 
Per chi per sa chi accontentarsi è tutto. Chi invece si senta punto di vaghezza e voglia leggerlo tutto cerchi di procurarselo cercandolo presso qualche antica biblioteca, visto che dai librai non si trova. Noi glie lo raccomandiamo vivamente, giacché ci è piaciuto molto.
Pel timore di non riuscire a trasmettere al lettore lo stesso piacere che v’abbiamo provato, abbiamo cercato di esser brevi e non ci siamo riusciti.
 
Ci siamo astenuti dal trattare del contenuto del capitolo VI. della II parte, intitolato ‘Notti bolognesi’ perché troppo lungo. Vi si narra che la sera prima della Rivoluzione, Biondino decise di portare Bakùnin, Vera e un altro paio di amici al Brunetti, “ribattezzato poi in Teatro Duse”.
Dove si esibiva una compagnia di venticinque ballerine ungheresi che senza falsi pudori si sarebbero mostrate mezze discinte.
“Il teatro era gremito, poiché lo spettacolo era attesissimo, e se ne eran date notizie mirabolanti e ghiotte”, racconta Bacchelli. Nella buona sostanza i bolognesi volevan misurare coi loro occhi se i culi delle ungheresi fossero migliori o peggiori di quelli delle bolognesi.
Dopo un interminabile preambolo in un italiano molto gutturale e alquanto sassone, che aveva letteralmente spazientito gli eccitatissimi spettatori, finalmente “s’aprì la scena e la delusione e lo scorno furono così grandi che il teatro rimase di colpo senza fiato”.
 
Due dozzine di sciagurate: obese e flaccide e cascanti dentro veli degni d’essere stati vent’anni alla polvere e alle mosche sui lumi, straripanti in gonfie maglie carnicine; ovvero magre e irte di punte d’ossa paurose e dolenti, atteggiate in varie pose attorno a una fontana, gridavan la vendetta della fame. Volevan esser sorrisi, ed erano ventiquattro ghigni d’obbrobrio. Diana, venticinquesima, sperticata e vizza zitellaccia, con cipiglio goffo e astioso per parere furente e maestosa divinità, soprastava senza veli, squallida sul gregge squallido.
 
Non ci vollero due minuti, e quel che capitò in quel teatro solo Bacchelli sa raccontarlo. Come per il capitolo delle “Mille e una notte”, anche per questo e per l’intero romanzo, io vi rimando a lui,  sperando d’aver fatto il massimo perché vi persuadiate a farlo.
 
29 agosto 2006